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Opera.

I due Foscari
Tragedia lirica in tre atti
Musica di Giuseppe Verdi (1813-1901)
Libretto di Francesco Maria Piave

 

Francesco Foscari, Doge di Venezia, Basso

Jacopo Foscari, suo figlio, Tenore

Lucrezia Contarini, di lui moglie, Soprano

Jacopo Loredano, membro del Consiglio dei Dieci, Basso

Barbarigo, senatore, membro della Giunta, Tenore

Pisana, amica e confidente di Lucrezia, Soprano

Fante del Consiglio dei Dieci, Tenore

Servo del Doge, Basso

Membri del Consiglio dei Dieci e Giunta, Ancelle di Lucrezia, Dame veneziane, Popolo e Maschere d'ambo i sessi.

Il Messer Grande, due figlioletti di Jacopo Foscari, Comandadori, Carcerieri, Gondolieri, Marinai, Popolo, Maschere, Paggi del Doge.

 

La scena è in Venezia, l'epoca il 1457.


 ATTO PRIMO

SCENA I

 

Una sala nel palazzo Ducale di Veneizia. Di fronte veroni gotici, da' quali scorge parte della cità e della laguna a chiaro di luna. A destra due porte, una che mette negli appartamenti del Doge, l'altra all'ingresso comune; a sinistra altre due porte che guidano all'aula del Consigilio dei Dieci, ed alle torce di cera, sostenute da bracci di legno sporgenti dalle pareti.

Il Consigilio dei Dieci a Giunta vanno raccogliendosi.

 

CORO 1:

Silenzio . . .

 

CORO 2:

Mistero . . .

 

CORO 1

Qui regnino intorno.

 

CORO 2:

Qui veglia costante, la notte ed il giorno

sul veneto fato di Marco il Leon.

 

TUTTI:

Silenzio, mistero - Venezia fanciulla

nel sen di quest'onde - protessero in culla,

e il fremer del vento - fu prima canzon.

Silenzio, mistero - la crebber possente

de' mari signora - temuta, prudente

per forza e sapere,- per gloria e valor.

Silenzio, mistero - la serbino eterna,

sien l'anima prima - di chi la governa . . .

Ispirin per essa - timore ed ardor.

 

(Barbarigo e Loredano, che entrano dalla comune)

 

BARBARIGO:

Siam tutti raccolti?

 

CORO:

Il numero è pieno.

 

LOREDANO:

E il Doge? . . .

 

CORO:

Tra i primi - qui giunse sereno:

De' Dieci nell'aula - poi tacito entrò.

 

TUTTI:

Or vadasi adunque, - giustizia ne attende,

giustizia che eguali - qui tutti ne rende,

giustizia che spendido - qui seggio posò.

Silenzio, giustizia, - silenzio, mister!

(Entrano nell'aula del Consigilio)

 

(Jacopo Foscari viene dal carcere preceduto dal Fante, fra i Comandadori)

 

FANTE:

Qui ti rimani alquanto

finché il Consiglio te di nuovo appelli.

 

JACOPO:

Ah sì, ch'io senta ancora, ch'io respiri

aura non mista a gemiti e sospiri.

(Il Fante entra in Consigilio)

Brezza del suol natìo,

il volto a baciar voli all'innocente! . . .

(appressandosi al verone )

Ecco la mia Venezia! . . . ecco il suo mare! . . .

Regina dell'onde, io ti saluto! . . .

Sebben meco crudele,

io ti son pur de'figli il più fedele.

Dal più remoto esilio,

sull'ali del desìo,

a te sovente rapido

volava il pensier mio;

come adorata vergine

te vagheggiando il core,

l'esillo ed il dolore

quasi sparian per me.

(Il Fante viene dal Consiglio)

 

FANTE:

Del Consiglio alla presenza

vieni tosto, e il ver disvela.

 

JACOPO:

(Al mio sguardo almen vi cela,

ciel pietoso, il genitor!)

 

FANTE:

Sperar puoi pietà, clemenza . . .

 

JACOPO:

Chiudi il labbro, o mentitor.

Odio solo, ed odio atroce

in quell'anime si serra;

sanguinosa, orrenda guerra

da costoro si farà.

Ma dei Foscari, una voce

va tuonandomi nel core;

forza contro il lor rigore

l'innocenza ti darà.

(Tutti entrano nella sala del Consigilio)

 

 

 


ATTO PRIMO

SCENA II

 

Sala nel palazzo Foscari.

Vi sono varie porte all'intorno con sopra ritratti dei Procuratori, Senatori, ecc., della famiglia Foscari. Il fondo è tutto da gotici archi, a traverso i quali sì scorge il Canalazzo, ed in lontano l'antico ponte di Rialto. La sala è illuminata da grande fanale pendente nel mezzo.

 

(Lucrezia esce precipitosa da una stanza, seguita dalle ancelle che cercano trattenerla)

 

PISANA:

Nuovo esiglio al tuo nobil consorte

Del Consigilio accordò la clemenza . . .

 

LUCREZIA:

La clemenza? . . . s'aggiunge lo scherno! . . .

D'ingiustizia era poco il delitto?

Si condanna e s'insulta l'afflitto

di clemenza parlando e pietà?

O patrizi, tremate . . . l'Eterno

l'opre vostre dal cielo misura . . .

D'onta eterna, d'immensa sciagura

egli giusto pagarvi saprà.

 

PISANA e CORO:

Ti confida; premiare l'Eterno

l'innocenza dal cielo vorrà.

 

 

 


ATTO PRIMO

SCENA III

 

Sala come alla prima scena.

 

Membri del Consigilio de'Dieci a della Giunta vengono dall'aula

 

CORO I:

Tacque il reo!

 

CORO II:

Ma lo condanna

allo Sforza il foglio scritto.

 

CORO I:

Giusta pena al suo delitto

nell'esilio troverà.

 

CORO II:

Rieda a Creta.

 

CORO I:

Solo rieda.

 

CORO II:

Non si celi la partenza . . .

 

TUTTI:

Imparziale tal sentenza

il Consiglio mostrerà.

Al mondo sia noto

che qui contro i rei,

presenti o lontani,

patrizi o plebei,

veglianti son leggi d'eguale poter.

Qui forte il leone col brando, coll'ale

raggiunge, percuote qualunque mortale

che ardito levasse un detto, un pensier.

(Escono tutti)

 

 

 


ATTO PRIMO

SCENA IV

 

Stanze private del Doge. Una gran tavola coperta di damasco, con sopra una lumiera di argento; una scrivania e varie carte; di fianco un gran seggiolone.

 

Il Doge, appena entrato, si abbandona sul seggiolone

 

DOGE:

Eccomi solo alfine . . .

Solo! . . . e il sono io forse?

Dove de'Dieci non penetra l'occhio?

Ogni mio detto o gesto,

il pensiero perfino m'è osservato . . .

Prence e padre qui sono sventurato!

O vecchio cor, che batti

come ai prim'anni in seno,

fossi tu freddo almeno

come l'avel t'avrà;

ma cor di padre sei,

vedi languire un figlio;

piangi pur tu, se il ciglio

più lagrime non ha.

(Entra un servo, poi Lucrezia Contarini)

 

SERVO:

L'illustre dama Foscari.

 

DOGE:

(Altra infelice!) Venga.

(Il servo parte)

(Non iscordare, Doge, chi tu sia)

(a Lucrezia, Andandole incontro )

Figlia . . . t'avanza . . . Piangi?

 

LUCREZIA:

Che far mi resta, se mi mancan folgori

a incenerir queste canute tigri

che de'Dieci s'appellano Consiglio? . . .

 

DOGE:

Donna, ove parli, e a chi, rammenta . . .

 

LUCREZIA:

Il so.

 

DOGE:

Le patrie leggi qui dunque rispetta . . .

 

LUCREZIA:

Son leggi ai Dieci or sol

odio e vendetta.

Tu pur lo sai che giudice

in mezzo a lor sedesti,

che l'innocente vittima

a'piedi tuoi vedesti;

e con asciutto ciglio

hai condannato un figlio . . .

L'amato sposo rendimi,

barbaro genitor.

 

DOGE:

Oltre ogni umano credere

è questo cor piagato! . . .

Non insultarmi, piangere

dovresti sul mio fato . . .

Ogni mio ben darei . . .

gli ultimi giorni miei,

perché innocente e libero

fosse mio figlio ancor.

 

LUCREZIA:

L'amato sposo rendimi,

barbaro genitor.

Di sua innocenza dubiti?

Non la conosci ancora?

 

DOGE:

Sì . . . ma intercetto un foglio

chiaro lo accusa, o nuora.

 

LUCREZIA:

Sol per veder Venezia

vergò; perdé lo scritto.

 

DOGE:

È ver, ma fu delitto . . .

 

LUCREZIA:

E aver ne dêi pietà.

 

DOGE:

Vorrei . . . nol posso . . .

 

LUCREZIA:

Ascoltami:

Senti il paterno amore . . .

 

DOGE:

Commossa ho tutta l'anima . . .

 

LUCREZIA:

Deponi quel rigore . . .

 

DOGE:

Non è rigore . . . intendi?

 

LUCREZIA:

Perdona, a me t'arrendi . . .

 

DOGE:

No . . . di Venezia il principe

in ciò poter non ha.

 

LUCREZIA:

Se tu dunque potere non hai,

vieni meco pel figlio a pregare . . .

Il mio pianto, il tuo crine, vedrai,

potran forse ottenere pietà.

Questa almeno, quest'ultima prova,

ci sia dato, signor, di tentare;

l'amor solo di padre ti mova,

s'ora il Doge potere non ha.

 

DOGE:

(O vecchio padre misero,

a che ti giova trono,

se dar non puoi, né chiedere

giustizia, né perdono

pel figlio tuo, ch'è vittima

d'involontario error?

Ah, nella tomba scendere

m'astringerà il dolor!)

 

LUCREZIA:

Tu piangi . . . la tua lagrima

sperar mi lascia ancor!

 


 

ATTO SECONDO

SCENA I

 

Le prigioni di Stato. Poca luce entra da uno spiraglio praticato nell'alto del muro. Alla destra un'angusta scala per cui si ascende al palazzo.

 

Jacopo Foscari è seduto sopra un masso

 

JACOPO:

Notte! Perpetua notte che qui regni!

Siccome agli occhi il giorno,

potessi almen celare al pensier mio

il fine disperato che m'aspetta!

Tôrmi potessi alla costor vendetta!

Ma, o ciel! . . . che mai vegg'io! . . .

(S'alza spaventato)

Sorgon di terra mille e mille spettri!

Han irto crin . . .

guardi feroci, ardenti!

A sé mi chiaman essi! . . .

Uno s'avanza! . . . ha gigantesche forme!

Il suo reciso teschio

ferocemente colla manca porta! . . .

A me lo addita . . . e colla destra mano

mi getta in volto il sangue che ne cola!

Ah! Lo ravviso! . . . è desso . . .

è Carmagnola!

Non maledirmi, o prode,

se son del Doge il figlio;

de'Dieci fu il Consiglio

che a morte ti dannò!

Ah! Me pure sol per frode

vedi quaggiù dannato,

e il padre sventurato

difendermi non può . . .

Cessa . . . la vista orribile

più sostener non so.

(Cade boccone per terra)

 

(Lucrezia Contarini scende dalla scala)

 

LUCREZIA:

Ah, sposo mio! . . . che vedo?

Me l'hanno forse ucciso i maledetti,

e per maggiore qui tratta

a contemplar la salma?

Ah, sposo mio!

(Gli palpa il cuore)

Vive ancor!

Quale freddo sudore!

Vieni, amico, ti posa sul mio cor.

 

JACOPO: (sempre delirando)

Verrò . . .

 

LUCREZIA:

Che di'?

 

JACOPO:

M'attendi, orrendo spettro . . .

 

LUCREZIA:

Son io . . .

 

JACOPO:

Che vuoi? . . . Vendetta?

 

LUCREZIA:

Non riconosci la sposa tua?

 

JACOPO:

Non è vero! . . .

(Lucrezia lo abbraccia con trasporto)

Ah, sei tu?

 

LUCREZIA:

Ah, ti posa sul mio cor.

 

JACOPO:

Fia vero! Fra le tue braccia ancor?

Respiro!

Fu dunque sogno . . . orrendo sogno il mio!

Il carnefice attende? L'estremo addio

vieni ora a darmi?

 

LUCREZIA: (piangendo)

No.

 

JACOPO:

E i figli miei, mio padre?

Saran dischiuse loro queste porte,

pria che il sonno mi copra della morte?

 

LUCREZIA:

No, non morrai; ché i perfidi

peggiore d'ogni morte,

a noi, clementi, serbano

più orribile una sorte.

Tu viver dêi morendo

nel prisco esilio orrendo . . .

Noi desolati in lagrime

dovremo qui languir.

 

JACOPO:

Oh, ben dicesti! All'esule

più crudo della morte

da'suoi lontano è il vivere!

O figli, o mia consorte!

Ascondimi quel pianto . . .

Su questo core affranto

mi piomban le tue lagrime

a crescerne il soffrir.

(S'ode una lontana musica di voci e suoni)

 

VOCI: Tutta è calma la laguna;

Voga, voga, gondolier.

 

JACOPO:

Quale suono?

 

VOCI:

Batti l'onda e la fortuna

ti secondi, o gondolier.

 

LUCREZIA:

È il gondoliero,

che pel liquido sentiero

provar debbe il suo valor.

 

JACOPO:

Là si ride, qui si muor.

Maledetto chi mi toglie

a' miei cari, al suol natìo;

sul suo capo piombi Iddio

l'abominio e il disonor.

Speranza dolce ancora

non m'abbandona il core:

Un giorno il mio dolore

con te dividerò.

Vicino a chi s'adora

men crude son le pene;

perduto ogn'altro bene,

dell'amor tuo vivrò.

 

LUCREZIA:

Speranza dolce ancora

non m'abbandona il core,

l'esilio ed il dolore

con te dividerò.

Vicino a chi s'adora

men crude son le pene:

perduto ogn'altro bene,

dell'amor tuo vivrò, ecc.

 

(Il Doge, avvolto in ampio e nero mantello, entra nel carcere, preceduto da un servo con fiaccola, che depone e parte)

 

JACOPO e LUCREZIA (correndogli incontro)

Ah, padre!

 

DOGE:

Figlio! Nuora!

 

JACOPO:

Sei tu?

 

LUCREZIA:

Sei tu?

 

DOGE:

Son io. Volate al seno mio.

 

TUTTI:

Provo una gioia ancor!

 

DOGE:

Padre ti sono ancora,

lo credi a questo pianto;

il volto mio soltanto

fingea per te rigor.

 

JACOPO:

Tu m'ami?

 

DOGE:

Sì.

 

JACOPO:

Oh contento!

Ripeti il caro accento.

 

DOGE:

T'amo, sì, t'amo, o misero.

Il Doge qui non sono.

 

JACOPO:

Come è soave all'anima

della tua voce il suono!

 

DOGE:

Oh figli, sento battere

Il vostro sul mio cor!

 

JACOPO e LUCREZIA:

Così furtiva palpita

la gioia nel dolor!

 

JACOPO:

Nel tuo paterno amplesso

io scordo ogni dolore.

Mi benedici adesso,

dà forza a questo core,

e il pane dell'esilio